20100823
Lasegretaria
Io, in mezzo alle donnone, mi sento una mammabambina. Un po' fuori posto, ma in fondo ci sto bene. Dopo tutta l'avventura, alla fine, tra vita mia e vita nascente sono tornata sottile e minuta. Sto in equilibrio leggero sui miei polsi trasparenti - trasparenti sì, ma non c'è di meglio per sorreggere un bimbo in un sol gesto - e ci sto benissimo. Del tutto fuori posto quando invece, in mezzo alle donnone, arriva lei: Lasegretaria. Agile sui tacchi, sì. Ma come sempre, la sua levità mi inganna ogni volta fino a quando, finalmente, crolla ondeggiando e siede. Dalla poltroncina nera, ormai bene ancorata, mi rimbalza quasi addosso tutto il suo peso. Su quella sedia poggia il mondo, in un istante. Peso perfettamente distribuito, d'accordo, ma se mi cascasse addosso, ohibò. Addio alla poesia filiforme dei miei polsi.
20100815
Monet vive
Tutti le vedono in mezzo ai campi, d'estate. Monumentali nel sole a picco - ritmo pesante, lento, regolare - nella distesa gialla e spettinata. Immobili nel tramonto, l'ombra tonda di stecchi dorati. Non sono certo i pagliai di Monet, ma l'aria immota che ne promana - abbraccio insperato tra terra macchina uomo - vi fa quasi germogliare l'eterno. Mi sono ritrovata a contemplarle. Stavolta senza preconcetti. Le rotoballe.
20100707
Imperfetto
Mi hanno chiesto di scrivere una storia. Non sono abituata, più probabilmente non ne sono capace. Forse non ne ho mai sentito il bisogno. Mi vengono in mente solo tre personaggi: tu, un fantasma, io.
Tu. Tu sei un uomo. Vivi nel tempo, in una parentesi che dall’infinito inizia e termina. Ti affacci al mondo e poi un giorno, così come sei venuto, te ne vai. Tutto accade lungo un unico e inconoscibile filo di mistero. Sei un infinitesimo. In questo minuscolo tempo di terra non ti è concesso di cambiare ciò che è accaduto. In più, non sai fare a meno degli specchi e della memoria. Di qui nostalgie, rimpianti, sensi di colpa. E anche buona parte del tuo dolore.
Il fantasma. È lui. Il fantasma della perfezione. Regna nel tuo limite, nella tua incompiutezza, nei tuoi confini. Su quel filo, il suo gioco è una sottile, pericolosa acrobazia. La sua voce ti insegue da sempre. I suoi occhi ti scrutano da ogni specchio. Ossessione o illusione, non dargli troppo ascolto. Non prestargli il tuo sguardo.
Io. Io sono l’imperfezione. Sono la tua cifra. Sono l’essenza del tuo essere. Sono la tua frontiera. Sono muro oltre il quale non c’è confine. Sono fessura da cui filtra l’ignoto. Sono la tua commossa piccolezza. Io sono ciò che ti fa uomo. Se mi ami, amerai te stesso e avrai pace. Tu solo - se lo vuoi - puoi abbracciare, liberato, il senso perfetto del tuo imperfetto andare.
E la storia dov’è? Io non posso proprio, non riesco. È la tua: scrivila tu.
Tu. Tu sei un uomo. Vivi nel tempo, in una parentesi che dall’infinito inizia e termina. Ti affacci al mondo e poi un giorno, così come sei venuto, te ne vai. Tutto accade lungo un unico e inconoscibile filo di mistero. Sei un infinitesimo. In questo minuscolo tempo di terra non ti è concesso di cambiare ciò che è accaduto. In più, non sai fare a meno degli specchi e della memoria. Di qui nostalgie, rimpianti, sensi di colpa. E anche buona parte del tuo dolore.
Il fantasma. È lui. Il fantasma della perfezione. Regna nel tuo limite, nella tua incompiutezza, nei tuoi confini. Su quel filo, il suo gioco è una sottile, pericolosa acrobazia. La sua voce ti insegue da sempre. I suoi occhi ti scrutano da ogni specchio. Ossessione o illusione, non dargli troppo ascolto. Non prestargli il tuo sguardo.
Io. Io sono l’imperfezione. Sono la tua cifra. Sono l’essenza del tuo essere. Sono la tua frontiera. Sono muro oltre il quale non c’è confine. Sono fessura da cui filtra l’ignoto. Sono la tua commossa piccolezza. Io sono ciò che ti fa uomo. Se mi ami, amerai te stesso e avrai pace. Tu solo - se lo vuoi - puoi abbracciare, liberato, il senso perfetto del tuo imperfetto andare.
E la storia dov’è? Io non posso proprio, non riesco. È la tua: scrivila tu.
20100604
Brum
1977. Eccoli, vedo i miei genitori sulla loro cinquecento blu. Hanno sistemato sui sedili posteriori, come meglio potevano, una culla di vimini. Vanno dalla mia nonna paterna, nella sua casa sperduta in collina. In quella conca raggiungibile solo attraverso una ripidissima strada di ghiaia, incandescente sotto il sole di fine luglio. Scivolosissima. Chi non slitta è bravo. E dentro la culla ci sono io. Ho appena compiuto un mese.
20100511
Moltissimo
Moltissimo, sì. Stamattina si affaccia alla mente, ma qualcosa stride. La parola moltissimo. In giorni di sottovoce, di pensieri sommessi, di diciamolo piano questo desiderio. Non è questione di tempi, o non solo. Questione di menti e di guardare. Dire la parola moltissimo suona da arroganti, sopra le righe, urla troppo. Ma prova a dirlo. Moltissimo. Suona strano. Dillo ancora. Moltissimo. Un po' meglio. Come suona? Buca il silenzio. Canta. Canta che voglio volare, staccarmi da terra, almeno quanto basta per sentirmi testa e piedi un poco più leggeri. Via le zavorre, via le paure. Questione di guardare. E allora guarda. C'è una realtà fatta di piccolissimi. Non si vede ma vive. Vive e fa vivere. Davvero. La salvezza è lì. E mi piace moltissimo.
20100510
La tosse
Tre settimane, quattro. Accidenti a questa tosse nottambula. Polmoni sbattuti come tappeti per le prossime cento pulizie di primavera. E poi, c'è lui. Che non ha preso la tosse. Ma, senza udire voce né parole, una cosa l'ha imparata. A cinque mesi mi chiama col pianto, e con la sua tosse finta.
20100504
Il cappello del re
Sedia in velluto porpora, schienale alto. Intagli in legno. Il trono. Nel posto sbagliato, così pare. Dal medico, in sala d'attesa. A fianco le sedie normali, così dicono. Affiancate tipo aula, sedile reclinabile, stoffa carta da zucchero. Brrr. E quanta polvere. Ma entra lui e porta l'aria. Camicia celeste, cravatta rosso scuro, gilet blu. Stivaletti. Passo splendido. Al volo lascia il cappello sull'appendiabiti. Mentre è dal medico non resisto e vado a guardarlo, il cappello. Guardacaso, impiego tempo a cercare quel che non trovo nella tasca della mia giacca, appesa lì. Allora, cappello in cotone, leggero, quadretti piccolissimi bianchi e blu, fascetta. E il re? Ottant'anni. Siede sul trono. Accavalla una gamba posando il collo del piede all'altra. Appoggia il viso a una mano. Niente è più adatto a lui, di quella sedia giusta nel posto sbagliato. E di quel cappello, leggero come il suo passo e i suoi anni.
(di là)
(di là)
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